L’eternità della pittura è il titolo della mostra che riporta in Italia l’opera di Carlo Maria Mariani, artista romano tra i più rilevanti del secondo Novecento italiano. Nato a Roma nel 1931, si forma presso l’Accademia di Belle Arti e muove i primi passi nel panorama artistico alternando la pratica pittorica all’insegnamento. Le sue prime esposizioni riscuotono maggiore riconoscimento a livello internazionale che in Italia, dove viene spesso frainteso e catalogato come anacronista, citazionista e pittore colto. Definizioni che, seppur corrette nel descrivere le sue opere, non restituiscono l’essenza del suo lavoro. Mariani non si limita a citare il passato ma rielabora la tradizione classica attraverso una profonda riflessione sull’arte contemporanea, creando un linguaggio personale che lo ha reso unico nel panorama artistico internazionale.
Nel 1993 si trasferisce con la moglie Carol Lane a New York, dove vivrà fino alla sua morte nel 2021. Nonostante l’emigrazione negli Stati Uniti, Mariani ha continuato a mantenere un legame forte con la sua città natale, Roma, che ha sempre considerato la sua vera casa. La mostra di Milano rappresenta un’occasione unica per ripercorrere la sua carriera e comprendere la sua visione dell’arte e della pittura.
L’esposizione, curata da Eike Schmidt e Clayton Calvert, riunisce settanta opere tra tele e cartoni di grande formato, realizzati dagli anni Quaranta fino al 2019, con alcuni inediti, selezionati direttamente dallo studio dell’artista. La mostra offre una panoramica completa del suo percorso artistico, dalle opere giovanili alle ultime produzioni, mettendo in luce la sua continua ricerca e il suo profondo legame con la tradizione pittorica. Mariani è stato un artista che ha sempre creduto nella pittura come forma di espressione assoluta, arrivando a dichiarare: «Io non sono un pittore, io non sono l’artista, io sono l’opera».
Negli anni Settanta, sulla scia del fermento artistico del periodo, Mariani sperimenta con azioni, installazioni e performance di stampo concettuale, avvicinandosi al clima dell’arte povera e del concettualismo. Tuttavia, questo percorso non rispecchia completamente la sua sensibilità artistica, portandolo a un punto di crisi. È in questo momento che sviluppa la sua tecnica distintiva, l’Iper/Ri/Cognizione, un metodo che lo porta a tradurre testi e trattati in immagini, riappropriandosi della manualità della pittura e creando un linguaggio unico che lo accompagnerà per tutta la sua carriera.
Negli anni Ottanta viene incluso nel gruppo di Pittura Colta, insieme ad artisti come Bruno d’Arcevia, Ubaldo Bartolini, Stefano di Stasio, Omar Galliani, Luigi Ontani e Nunzio Solendo, ma non si riconoscerà mai pienamente in questa definizione, rifiutando di essere etichettato come appartenente a un movimento specifico. Nel 1984 espone alla Biennale di Venezia nella sezione Arte allo specchio, curata da Maurizio Calvesi, ottenendo ampio consenso sia da parte della critica che del pubblico.
Parallelamente alla mostra milanese, un’altra esposizione, I Segni dei Tempi, a cura di Antonio Martino e Andrea Viliani, presso il Museo e Real Bosco di Capodimonte, dal 16 aprile al 14 luglio 2026, ha contribuito a richiamare l’attenzione sull’opera di Mariani. Le due mostre si inseriscono in una fase di rivalutazione dell’artista, che ha sempre mantenuto un profilo autonomo e coerente nel panorama dell’arte contemporanea.
Carlo Maria Mariani è stato un artista che ha saputo dialogare con la storia dell’arte senza rinunciare alla contemporaneità, creando un linguaggio unico che lo ha reso una figura di riferimento nel panorama artistico internazionale. La sua pittura, lontana dalle mode e dalle correnti dominanti, è rimasta ai margini del dibattito critico italiano, ma oggi, grazie a queste iniziative espositive, viene finalmente riscoperta e rivalutata nella sua complessità e profondità.
Carlo Maria Mariani. L’eternità della pittura
Palazzo Citterio, Milano
9 ottobre 2026 - 10 gennaio 2027